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Il jeanswear è un modo di essere prima ancora che una scelta di look

 

La prima collezione di GAS è nata più di 30 anni fa, nel 1984. Qual è stato il punto di partenza di questo nuovo marchio? Perché un brand di denim?

 

Sono cresciuto ammirando lo stile dirompente delle icone del cinema americano: Marlon Brando, James Dean... Nel pieno dei miei vent’anni poi, la swinging London dei Beatles e soprattutto degli Stones era una sorta di terra promessa. Erano gli anni della controcultura giovanile e da Londra assieme alla musica arrivano notizie di un nuovo stile di vita e di un look libero e informale che lo rifletteva. In Italia invece, specialmente in provincia, mancava un abbigliamento che potesse “vestire” il mondo che stava cambiando. È per questo che ho iniziato dal negozio di famiglia vendendo jeans, il simbolo di quel cambiamento epocale. Presto però ho sentito la necessità di produrre qualcosa che riflettesse il mio gusto e la mia visione. Partita da un laboratorio sotto casa, l’attività si è sviluppata gradualmente ed è diventata un’azienda vera e propria. Nel 1984 il mio sogno è diventato realtà con il lancio della prima collezione a marchio GAS che ancora oggi ha il suo DNA nel denim.

 

Come ricorda quella prima collezione GAS?

 

GAS è nato come brand maschile che, allora come oggi, ruotava intorno al denim. La linea donna è nata poco dopo e in modo del tutto naturale e spontaneo. Nel 1984 l’Italia era uscita dai controversi anni ’70 ed era in pieno sviluppo. I giovani dell’epoca respiravano benessere e speranza. Eravamo nel pieno del “movimento” paninaro e, al di là del consumismo e del disimpegno che non ci appartengono, lo stile dell’epoca era fortemente influenzato da quell’estetica. Piumini e felpe coloratissime, stampe evidenti, giubbotti di jeans con il collo in agnellino e gli immancabili jeans a tubo iper risvoltati erano imprescindibili, praticamente una divisa.

 

Come nasce il logo del doppio arcobaleno?

 

Un giorno mi trovavo a Città del Capo, in Sud Africa, e dopo una temporale, proprio nel punto in cui l’Oceano Indiano si incontra con l’Atlantico, al primo sole ho visto apparire due arcobaleni. Quel fenomeno naturale di immensa energia è stato d’ispirazione per associare al mio marchio un simbolo che ne riflettesse i valori fondamentali: essenzialità, sensualità, positività, freschezza e autenticità.

 

All’inizio GAS era un brand artigianale. Adesso, il brand è diventato globale. Qual è la sua visione e cosa rimane invece dello spirito originale?

 

Il nostro marchio da sempre racchiude un’attenzione al prodotto quasi artigianale che va di pari passo ad una visione globale. L’artigianalità sta nei valori del nostro prodotto. Il know how, la cura per ogni dettaglio, la qualità dei materiali e delle lavorazioni, l’equilibrio tra qualità e prezzo, funzionalità e stile si sposano alla naturale vocazione per l’innovazione che si evolve costantemente grazie all’artisanal room, il laboratorio interno di ricerca e sviluppo nel quale i processi produttivi vengono sperimentati “in vitro”. Per quanto riguarda la visione internazionale, pur avendo preso vita in un piccolo centro del Nord-Est d’Italia il progetto legato a GAS è da sempre quello di un brand globale. Già negli ’70 avevo preso contatti in Germania, dove avevo lavorato da giovane. Ogni settimana prendevo la macchina, andavo a consegnare i jeans appena confezionati e raccoglievo i nuovi ordinativi. Da allora non ho mai posato la valigia per cercare in tutto il mondo nuovi stimoli e opportunità da condividere con i miei collaboratori. Questa visione mia ha portato progressivamente a fondare filiali e stringere accordi distributivi a livello globale.

 

In che modo la sua visione della moda é cambiata su questi tre decenni?

 

Sono cambiate le mode e le tendenze e con loro ovviamente si sono evolute le nostre collezioni. La mia visione per GAS tuttavia è rimasta quella degli inizi: produrre capi dedicati ai cittadini del mondo, attenti alla qualità, portabilità e stile di ciò che indossano. Un abbigliamento dal gusto contemporaneo ma capace di superare le mode del momento, per esprimere la propria individualità in tutte le occasioni.

 

Un’ultima domanda, lei è il creatore e il patron di una grande azienda. Come riesce a conciliare la sua vita lavorativa con quella privata ?

 

Potrei dire che lavoro tutto il tempo o che non lavoro mai. La mia non è una professione, è una passione. Tra l’altro non c’è fatica che la soddisfazione di aver creato una realtà aziendale internazionale nella quale stanno facendo il loro percorso professionale le mie figlie, non possano compensare. Se poi la pressione si fa troppo forte e il rischio è quello di perdere il contatto con le mie radici, indosso gli scarponi e lo zaino e, alle prime luci dell’alba, salgo sulle montagne che circondano casa mia.